«Marijuana legale a cielo aperto» a Gravina di Puglia, il nuovo mercato della canapa che non sballa

Reportage nelle campagne di Gravina in Puglia: due ettari di terreno coltivati a cannabis. I titolari di Roots: «Il principio attivo stupefacente è sotto i limiti di legge» – di Gianluca Russo /Corriere TV

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Gravina in Puglia, appena fuori la città, dopo tornanti in salita su stradine di campagna bruciate dal sole, si arriva al campo di canapa a cielo aperto di proprietà di due giovani imprenditori locali. Oltre due ettari di area coltivata a marijuana «legale» e circa ventimila arbusti mossi dal vento in un terreno scosceso e fangoso a perdita d’occhio. Tutto intorno, nulla sembra illegale. Niente è occultato, non ci sono recinzioni o barriere a delimitare l’area accessibile a tutti. In paese c’è chi storce il naso all’idea dei due giovani coltivatori di canapa, ma non tutti sanno che il terreno in questione, produce solo marijuana legale e che quella «illegale», che può crescere spontaneamente e con il tasso di Thc (principio attivo della cannabis) superiore ai limiti imposti dalla Legge, è subito estirpata e bruciata alla presenza delle forze dell’ordine.

C’è chi la criminalizza la canapa e chi invece la utilizza come materia prima di produzione, proprio come Mario Lorusso, titolare dell’azienda agricola «Roots» che ha deciso di puntare su quello che la terra ha di buono da offrirgli. Il clima e la canapa. «Ho sfruttato le terre private di famiglia per aprire la mia azienda – spiega Mario – che al momento produce principalmente canapa e vuole creare nuovi posti di lavoro e opportunità imprenditoriali nel suo territorio e non solo». Tutto il raccolto è controllato grazie alle analisi continue effettuate a campione sulle piante per verificare il livello di Thc che a oggi, in Italia, è fissato al 0,6% e che l’azienda «Roots» tiene sotto il limite imposto. Il prodotto a quanto pare è piaciuto, tanto da obbligare i due soci a sospendere gli ordini online per esaurimento del prodotto. La domanda è sempre in crescita insomma, e uno spiraglio di nuova economia al sapore di marijuana prova a farsi largo sul mercato.

Non solo coltivazioni a cielo aperto ma anche in serre, nelle quali i due giovani studiano e sviluppano altre varietà di canapa con nuove tecniche di coltivazione, al fine di aggiudicare ogni genetica a un tipo di coltura differente e di sviluppare al meglio le parti più adatte alla lavorazione della materia prima. Il campo coltivato è del tipo Uso31: seminato a spaglio, non irrigato, non fertilizzato durante la coltura e totalmente spontaneo. «L’Uso31 è una genetica di canapa russa monoica, ha entrambi i sessi sulla stessa pianta e quindi ottima per l’estrazione dei semi» spiega Giuseppe Acquaviva, genetista, fondatore dell’azienda agricola «Hemp Connection» e collaboratore di «Roots», che conosce alla perfezione la materia prima che coltiva e la filiera di produzione della stessa. In fondo si sa, della canapa non si butta via niente. I semi, infatti, possono essere utilizzati per l’estrazione di olio di semi di canapa, per la trasformazione in farina di canapa e per la vendita di semi decorticati per uso alimentare.

La raccolta al campo è effettuata a mano, con particolare attenzione nella fase di essiccazione per evitare l’evaporazione dei terpeni, cioè la parte essenziale dell’aroma della pianta. La produzione della canapa non si ferma al puro utilizzo ricreativo ma abbraccia il settore del gusto. Dal pastificio della Murgia, infatti, che ha sposato il progetto di valorizzazione della canapa, escono oltre cinquecento kilogrammi di pasta al giorno: orecchiette di farina di canapa, taralli e pasta fresca di ogni formato. Non solo. Il residuo delle infiorescenze invece, tolti i semi, può essere utilizzato per la produzione di cosmetici come creme idratanti e solari. Gli steli e le foglie possono essere utilizzati o per la biomassa destinata all’edilizia o per l’estrazione di fibre da tessuto, o ancora per produrre nuovi tipi di farina alimentare sempre di canapa. «È l’inizio del tuo innamoramento per questa pianta» si legge sul sito dell’azienda, perché i due imprenditori non puntano soltanto alla produzione massiccia della canapa e basta, ma si concentrano sulla rieducazione dell’opinione pubblica sull’utilizzo di questa pianta demonizzata che esiste da sempre.

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