Cie, il racconto di un reduce da Ponte Galeria: «Lì dentro sei annientato, non sei nessuno»

Boldrini, dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati: «I Cie non tornino centri di permanenza». Un clandestino che ha trascorso due mesi nel centro di Roma denuncia violenze

ROMA – «Là dentro non sei nessuno, vieni annientato, umiliato, appena entri diventi una non-persona» racconta con voce calma J. Di anni ne sono passati sette da quando lui, immigrato trapiantato in Italia, venne prelevato dalla sua vita quotidiana e – in qualità di clandestino – rinchiuso a Ponte Galeria per due mesi, allora il limite massimo consentito: all’epoca la struttura era un Centro di permanenza temporanea (Cpt) e la gestione era affidata alla Croce Rossa. La storia di J. torna d’attualità con l’ultimo appello di Laura Boldrini, portavoce italiana dell’Unhcr, l’Alto commissarito dell’Onu per i rifugiati. «I Cie devono restare tassativamente come centro di prima accoglienza e di transito – ha detto Boldrini -, senza forzare la mano e farli diventare centri di permanenza, in vista dei rimpatri». E il Cie di Roma viene bollato dal rapporto di Medici per i diritti umani come «un carcere con gravi carenze».

LA MENTE DI UN SADICO – Boldrini ne ha parlato alla Biblioteca del Senato, giovedì, durante la presentazione del Rapporto curato dall’associazione «A Buon Diritto», presente il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. Oggi la situazione del Cie di Ponte Galeria, a Roma, dovrebbe essere migliorata, ma J. non ne è convinto. «Appena arrivi ti fanno spogliare completamente per la perquisizione mentre tutti intorno stanno a guardare, nel tentativo evidente di umiliarti». J., 40 anni, racconta come se tutto fosse accaduto soltanto ieri, perché certe esperienze ti si «cuciono sulla pelle e difficilmente vanno via». Subito dopo, l’impatto con la struttura: «Un posto concepito dalla mente di un sadico, dove tutto sembra incomberti addosso e soffocarti: muri, celle, pareti, sbarre, filo spinato». Eppure, ricorda J., «ci chiamavano ospiti».

Una protesta a Ponte Galeria (Jpeg)

AUTOLESIONISMO – «Un tizio, un romeno credo, aveva un chiodo conficcato in testa all’altezza degli occhi: si era ferito da solo in segno di protesta». J. racconta anche di aver visto un immigrato che cercava di impiccarsi. Atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, fughe e rivolte appartengono, nei suoi ricordi, all’ordinaria amministrazione di un Cpt. «La violenza poteva esplodere tra i reclusi sotto forma di liti per i motivi più banali», spiega J. E ricorda quando il più delle volte si sentivano soltanto le urla e poi si vedevano tornare ragazzi che facevano fatica a camminare ed erano pieni di lividi. «Erano segnali, un monito anche per gli altri, dovevano farti capire che conveniva stare buoni», conclude J.

SPAZIO VUOTO – In un Cpt il tempo corrisponde all’attesa. L’attesa del colloquio, dell’udienza, della scadenza dei termini di permanenza e di un eventuale rimpatrio. «Io – continua J. -trascorrevo le mie giornate leggendo e non volevo che quella struttura mi schiacciasse, gli altri invece stavano tutto il giorno a bere o inchiodati alla tv. Le giornate non passavano mai. C’era solo un campo di calcetto e una sorta d’ora d’aria, ma nient’altro».

La struttura di Ponte Galeria (Ansa)

FUORI PER CASO – E poi c’era il momento delle espulsioni di gruppo: «Lì arrivavano in massa, 200 forse, in assetto antisommossa. Non c’era molto da fare», racconta J. con voce bassa. E poi: «Alcuni venivano espulsi, altri venivano rilasciati anche senza foglio di via per far spazio ai nuovi arrivati, che fossero africani o romeni poco cambiava. Arrivavano e sceglievano a caso, chi doveva rimanere e chi invece doveva uscire. Quale fosse il criterio non l’ho mai capito e non lo capisco neanche oggi, così come non capivo il motivo per cui all’inizio insistevano perché firmassi dei documenti con false generalità, nome sbagliato, data di nascita, tutto».

NUOVA VITA – Da un Cpt a un Cie forse nulla è cambiato. Chi è sottoposto a detenzione amministrativa lo è semplicemente perché sprovvisto di regolari documenti. Allo scadere dei due mesi J. torna ad essere un uomo libero. Ora ha un permesso di soggiorno, vive e lavora in Italia e il Cpt è un ricordo lontano. Il Cie invece è identico a se stesso, con l’aggiunta del plexiglass che copre il tetto. La gestione è cambiata: dal 2010 alla Croce rossa è subentrata, in seguito a regolare gara d’appalto, la cooperativa Auxilium. E ci sono gli «ospiti» e i loro racconti, non tanto dissimili da quelli di J.

Gianluca Russo – Bruna Iacopino

ARTICOLO DEL 22 GIUGNO 2012 PER IL CORRIERE DELLA SERA.IT

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