Kabul, padre Moretti: «Senza scuola non siamo uomini ma solo pecore»

Giuseppe Moretti è barnabita nell’unica comunità cattolica in tutto il paese. Ha aperto la Scuola della Pace con 2.000 alunni

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«Senza scuola non siamo uomini ma pecore». Ad affermarlo in un’intervista esclusiva a Corriere.it è padre Giuseppe Moretti, prete dell’ordine dei Barnabiti nell’unica comunità cattolica di tutto l’Afghanistan. Da oltre trentacinque anni dedica la sua opera missionaria alla popolazione afghana e in particolar modo ai bambini di Kabul, grazie ad un progetto scolastico attivato dal 2005 che si prefigge di cambiare l’istruzione nel paese. La sua piccola chiesa, all’interno dell’Ambasciata italiana nel cuore di Kabul City è un luogo accogliente nel quale Occidente e Oriente provano insieme a superare ogni pregiudizio religioso. Per capire meglio però, è necessario fare un passo indietro nel tempo.
L’ARRIVO A KABUL – L’idea di un Afghanistan diverso, secondo Moretti, arriva nel 1977 grazie al vescovo di Firenze che lo invia a Kabul in qualità di padre sostituto temporaneo nella comunità cristiana, al posto del suo predecessore che per oltre ventisei anni aveva già operato nel paese. Nonostante la breve visita, padre Moretti s’innamora perdutamente dell’Afghanistan del quale non può più fare a meno e per il quale spera un futuro migliore lontano dalla guerra che in quegli anni è alle porte. Tornato nuovamente a Kabul nel 1983, per festeggiare i cinquant’anni della comunità cattolica in Afghanistan, durante l’occupazione sovietica, è rapito ancora una volta dall’affetto della gente e dal fascino delle montagne sconfinate e bruciate dal sole. Uno dei ricordi drammatici di Padre Moretti è legato al periodo dei bombardamenti di Kabul, iniziati subito dopo l’arrivo dei mujaheddin nel 1992, quando una bomba fu sganciata proprio davanti la sua casa ma il colpo fu attutito da un auto di un funzionario dell’Ambasciata italiana. Il suo Afghanistan era così sotto attacco. Per i due anni successivi le bombe arrivarono fin dentro la sua residenza tanto che nel 1994 rimase ferito in un sottoscala della sua casa. «Ricordo che in mezzo alle macerie dopo la fortissima esplosione chiamavo Bengi, il mio cane», racconta Moretti, «fu lui che spingendomi da dietro mi accompagnò in giardino e lì fui soccorso dal guardiano della residenza, poi ricordo di essere svenuto». In quell’occasione seguì la chiusura dell’Ambasciata italiana e fu ordinato a Padre Moretti il rientro in Italia. Nel 2001 invece, colto da un senso di responsabilità nei confronti del suo «gregge afghano», decise di tornare in Afghanistan dopo la nomina a prescelto per quella comunità, tanto lontana quanto unica, voluta da Giovanni Paolo II.

IL DIALOGO CON I TALEBANI – Cappellano militare per qualche anno presso la base americana di Camp Phoenix a Kabul, padre Moretti opera ed è superiore della «Missio Sui Juris» dal 2002 quando, dopo la caduta del regime talebano nel paese, torna per la quarta volta in terra afghana, accolto dal calore della gente e dalla piccola comunità internazionale che intanto, attende un riconoscimento cattolico in un paese totalmente islamico. Oggi Padre Moretti, rivolge un pensiero alla fine della missione Isaf-Nato prevista per il 2014 in Afghanistan e spera in una «realizzazione di pace che sta progredendo» nonostante il numero degli allarmi di attentati nei confronti degli occidentali sembri essere in aumento. «Il giorno che Karzai ha annunciato l’apertura del dialogo c’è stato un attentato», ricorda Moretti e rivela i dati relativi alle vittime delle autobombe dei talebani: «Una statistica dice che nei primi 4 mesi del 2013 c’è stato un aumento del 27% di bambini morti a seguito di esplosioni». Intanto nel paese qualcosa cambia soprattutto dopo l’apertura al dialogo con i talebani di cui Moretti non è convinto. «Questo dialogo apre ad una situazione molto complicata, perché anziché essere pervenuti all’unità si è arrivati alla divisione di un paese che purtroppo non è chiacchierata».

LA SCUOLA DELLA PACE – La punta di diamante per Padre Moretti è di certo la «The Tangi Kalay» la Scuola della Pace che nasce sulla strada che da Kabul porta a Jalalabad. Oggi ospita circa duemila bambini (e bambine) che per la prima volta in Afghanistan siedono nelle stesse aule senza distinzione. Hanno tutti una divisa uguale i maschi: il «phiran tonban» blu, mentre le bambine portano il «niqab» (velo) bianco e abito nero. Si gioca all’aperto per poi tornare in classe per studiare matematica, storia e geografia, in un’organizzazione scolastica tipicamente all’occidentale. Dall’Italia arrivano grandi carichi di quaderni, penne e pennarelli donati dalle comunità legate a padre Moretti che anche in questo modo, provvedono alla sopravvivenza della Scuola della Pace, affinché in Afghanistan l’istruzione non resti solo un divieto «ma diventi uno strumento utile per far crescere i futuri uomini». Gli stessi che, del loro paese, sapranno esportare il meglio a cominciare dalla pace, perché «senza scuola non siamo uomini ma pecore», ripete padre Moretti prima di salutare e tornare nel suo piccolo grande mondo.

Gianluca Russo – 21 luglio 2013, Corriere.it
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