Le impronte digitali dei tunisini scomparsi. Intervista a Pietro Benassi, ambasciatore italiano a Tunisi

INTERVISTA PER “IL MANIFESTO” APRILE 2012

Benassi: «È di tutta evidenza, tuttavia, di qui la delicatezza ed anche la drammaticità della vicenda, che, a fronte di dati che non dovessero confermare l’effettivo sbarco in Italia di un nominativo, la possibilità che si tratti di un disperso in mare diventa assai elevata»

di Gianluca Russo

Ambasciatore Benassi, qualche settimana fa sotto l’ambasciata italiana a Tunisi si è svolto un sit-in di madri che non hanno più notizie dei loro figli, partiti (e arrivati) in Italia a bordo di barconi, lo scorso anno durante la rivoluzione. Le immagini dei tg italiani hanno permesso ad alcune di loro di riconoscere il proprio figlio a Lampedusa durante gli sbarchi.

La presenza di delegazioni di familiari o quella di sit-in di fronte all’Ambasciata sono state più di una negli ultimi mesi, occasioni nelle quali abbiamo sempre ricevuto tanto i familiari che i manifestanti, fornendo ogni possibile delucidazione sulla vicenda e raccogliendo, per la successiva trasmissione in Italia, ogni documentazione presentataci. Ricordo in tale contesto un mio incontro avvenuto già ad inizio ottobre 2011. Il 14 febbraio, ho accompagnato il Ministro Riccardi che ricevette una delegazione di familiari durante la sua visita a Tunisi, raccogliendo ulteriore materiale. La manifestazione cui Lei si riferisce è quella del 30 marzo scorso, giornata in cui io ero a Firenze con il Ministro tunisino degli Investimenti Bettaieb e l’Ambasciatore tunisino in Italia Mestiri, per un incontro con gli imprenditori organizzato dalla Regione Toscana. Una rappresentanza dei manifestanti fu quindi ricevuta da un funzionario di questa Ambasciata. La lista trasmessaci dalle Autorità tunisine relativa ai cd. “migranti dispersi”, integrata con i dati tecnici richiesti solo a partire dall’ultima settimana di marzo è attualmente all’esame delle competenti Autorità italiane. Su tale verifica da parte italiana lo stesso Ministro Cancellieri ha dato ampia assicurazione nel corso della sua recente visita a Tunisi.

Le ultime notizie raccontano che Lei non ha partecipato all’incontro con la delegazione delle mamme disperate, ma tramite un funzionario ha fatto sapere che “Il Governo italiano non può risolvere la situazione senza la collaborazione del governo tunisino. La Tunisia non ha inviato le impronte digitali, abbiamo più volte fatto pressione all’ambasciata tunisina a Roma senza ricevere alcuna risposta”. Cosa intende per “abbiamo fatto pressioni”?

Il funzionario che il 30 marzo scorso, ripeto in mia assenza perché in Italia ma su mia disposizione, ha accolto in Ambasciata una rappresentanza dei manifestanti non si è affatto espresso nei termini sopra riportati. Fu detto, in realtà, come già evidenziato da parte nostra in altre occasioni, che proprio in quei giorni si stava “completando la raccolta dei dati necessari relativi agli elenchi trasmessici, in un clima di collaborazione”, clima che aveva avuto ampia ed autorevole conferma, come anzidetto, già nell’incontro tra i due Ministri dell’Interno.  Mi corre l’obbligo di tale precisazione proprio per l’evidente incongruenza di affermazioni del tipo “fare pressioni sull’Ambasciata tunisina a Roma”. La nostra Ambasciata, in tutta evidenza, ha rapporti ufficiali qui a Tunisi con il Ministero degli Affari Esteri e comunque con autorità tunisine in territorio tunisino. È una vicenda molto dolorosa sulla quale entrambi i Paesi sono intenzionati a completare una ricerca che ha ragioni umanitarie. Ciascuno dei due Paesi avverte su di sè questa “pressione”. Avrebbe dunque poco senso esercitarla sull’altro.

Durante l’ultima visita in Italia, il primo ministro tunisino Hamadi Jebali ha garantito una cooperazione con il governo italiano nelle ricerche. Tra i tunisini c’è chi sospetta in accordi più ampi tra Italia e Tunisia post Ben Alì… Per quali ragioni il governo tunisino tarderebbe allora a collaborare nella ricerca dei ragazzi dispersi?

In occasione della visita a Roma del Primo Ministro Jebali, avvenuta il 15 marzo scorso, fu anche lo stesso Presidente del Consiglio Monti a confermare la collaborazione della parte italiana su questa vicenda. Collaborazione ribadita dal Ministro Cancellieri la settimana successiva a Tunisi. Ho appena descritto, inoltre, la dinamica – anche di calendario – di questo scambio di informazioni. Questo è dunque il momento della ricerca e delle verifiche con ogni possibile strumento tecnologico. Non mi è chiaro, infine, a quali “più ampi accordi” ci si riferisca, almeno in connessione a tale vicenda.

Chiariamo la storia delle impronte digitali. Alcuni sostengono che le prime 150 impronte dei ragazzi siano già arrivate a Roma e questo consentirebbe di avere dei nomi. Ma pare che un raffronto sia impossibile.  Lei smentisce queste notizia?

Questa Ambasciata ha gestito per via diplomatica la trasmissione dei fascicoli, mentre i supporti elettronici vengono direttamente scambiati tra le rispettive forze di polizia/Ministeri dell’Interno. A quanto mi risulta, ciò è avvenuto per tappe, sulla base di quanto potuto via via raccogliere dalle Autorità tunisine e negli ultimi giorni di marzo.  Non sono in possesso di dati numerici in quanto è nel nostro Paese, e tuttora in corso, che vengono effettuate tutte le ricerche necessarie da parte delle competenti Autorità. Ad ulteriore conferma della disponibilità italiana in materia, è stato lo stesso Ministro Cancellieri a proporre ai tunisini, qualora la prima fase delle ricerche dovesse dare esiti insoddisfacenti, di verificare la possibilità di coinvolgere l’Interpol in tale ricerca. È di tutta evidenza, tuttavia, di qui la delicatezza ed anche la drammaticità della vicenda, che, a fronte di dati che non dovessero confermare l’effettivo sbarco in Italia di un nominativo, la possibilità che si tratti di un disperso in mare diventa assai elevata.

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