Davide malato terminale, la madre: «voglio farlo morire a casa, nessuno mi aiuta»

ARTICOLO DEL 12 MAGGIO 2015

Per l’assistenza domiciliare la Asl Rm C concede solo dodici ore ma l’Ospedale né ritiene opportune 24 h

ROMA_ Davide non può vedere il sole di giorno e la luna di notte dalla sua camera di rianimazione dell’Ospedale Fate bene Fratelli. Per questo Nuccia Tamburino, la madre, lotta per riportarlo a casa e farlo morire circondato dall’affetto dei suoi cari, «non da solo in una gabbia senza finestre». Dopo l’ultima visita della commissione etica dell’Ospedale, per consentire a Davide di tornare a casa ed essere assistito degnamente, viene indicata un’assistenza h24 che, l’incaricata Asl Roma C, boccia subito dopo. Secondo la Asl C, per la situazione di Davide basterebbero tre ore di assistenza la mattina, tre ore di assistenza il pomeriggio e sei ore di «Hospice», la visita in casa del vecchio «barelliere».

LA LOTTA DI NUCCIA_ «Aiutatemi a riportarlo a casa» implora Nuccia, perché la sua non vuole essere una pretesa verso la Sanità, ma una vera e propria richiesta di umanità. «Sapere che tuo figlio ha la sclerosi ed è terminale, è come morire due volte» continua Nuccia, che con l’aiuto degli amici del figlio, diffonde la sua battaglia sulla pagina facebook di Davide in cerca di aiuto, con una lettera rivolta alle istituzioni competenti che nessun al momento, sembra aver preso in considerazione. «E’ un suo diritto morire in casa» spiega Nuccia, che non può sostenere di tasca propria le ore relative alla copertura domiciliare per assistere il figlio, escluse quelle passate dalla Asl, che si aggirano attorno le duecento euro al giorno per un’ infermiere. L’unica soluzione che la Asl le ha indicato, è una struttura per malati terminali a Cassino, senza tener conto del batterio altamente infettivo che porta con sé Davide.

LA STORIA_ Davide ha 31 anni, malato di sclerosi multipla dal 2008, è stato ricoverato la notte del 18 novembre 2014, a causa di una crisi epilettica, presso l’Ospedale Sant’Eugenio di Roma. Non riuscendo a stabilizzare in tempo la crisi, i medici decidono di intubarlo per tutta la notte, e trasferirlo il giorno dopo presso la sala di rianimazione del Fate bene Fratelli. Dopo una settimana, staccato dalle macchine e attaccato di nuovo al respiratore artificiale a causa di un’altra crisi, è risultato infetto da un batterio (Pseudomonas aeruginosache) che in pochissimo tempo gli ha collassato un polmone. Diventa malato terminale «perché il batterio non lascia scampo» e viene sottoposto a tracheotomia e Peg (Gastrostomia endoscopica percutanea) per alimentarlo. «Non so quanto Davide possa sopravvivere» conclude Nuccia disperata per il silenzio e l’indifferenza della Sanità, ma è certa di voler far morire suo figlio a casa, non prima di avergli fatto vedere l’ultimo sole e l’ultima luna, fuori dalla gabbia in cui è ricoverato adesso.

Gianluca Russo

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