Libano-Israele, il dialogo per la pace che assomiglia a una battaglia navale

ARTICOLO DEL 2 APRILE 2014 – CORRIERE DELLA SERA.IT/ESTERI

Il generale Paolo Serra, comandante della missione Unifil in Libano e mediatore: «Le riunioni sono tra Onu e i due Paesi che non si guardano nemmeno»

NAQOURA, Libano – Sembra davvero un film del dopoguerra l’incontro mensile tra i rappresentati militari Libanesi e quelli Israeliani che si svolge dentro una piccola stanza in un edificio che a Naqoura, la città di confine estremo tra i due Paesi, si trova proprio in mezzo a una linea immaginaria tra Libano del sud e Israele. Il mediatore di questi incontri è il generale Paolo Serra, al comando della missione Onu denominata Unifil (United Nation Interim Force in Lebanon) che riferisce come in una sessione di battaglia navale, le parole di un rappresentate all’altro che intanto siedono di spalle con lo sguardo rivolto al proprio Paese. Nessuna parola tra loro, niente occhiate. «Il tripartito è l’incontro delle due delegazioni militari che arrivano da due diverse parti del confine, salgono da due rampe di scale diverse e non si salutano, non si toccano» spiega Serra che è il tramite delle Nazioni Unite, al centro del tavolo.

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Nelle riunioni si discute di violazioni commesse da entrambi gli schieramenti: «Digli che loro hanno fatto questo» e viceversa, senza mai rivolgersi parola direttamente, cosi comincia l’assurdo dialogo tra le parti. Si parla di «attività tecniche sul terreno» per provare a stabilire i limiti territoriali tra i due Paesi, per provare a mantenere quella calma apparente che pervade un po’ tutto il Libano del sud. Nonostante il reale silenzio tra il rappresentante delle LAF (Lebanese Armed Force) e quello delle Forze armate Israeliane si affrontano tematiche importanti, a fronte del rispetto della risoluzione Onu 1701 che prevede, oltre al mantenimento della tranquillità e del principio del «non disturbo reciproco», lo studio del terreno per il posizionamento dei «Blu Pillar», veri e propri barili in lamiera con le iniziali UN da piazzare lungo i 118 kilometri di confine con Israele.

Ma gli accordi per fissare al terreno i cinquecento barili blu non sono così semplici perché ogni minimo centimetro può scatenare polemiche e disaccordi. La difficoltà materiale dei posizionamenti è dovuta alla presenza di corridoi di terra minati da Israele nel 1970 che ad oggi risultano bonificati ma non del tutto. Per piazzare i «Blue Pillar» è necessario lo sminamento delle aree circostanti il confine che Israele ha minato nel 1970 e poi nel 2006 con l’ultima ritirata e il calcolo del millimetro esatto, per non lasciare a bocca amara nessuno delle due parti. Tecnicamente questo avviene fissando al terreno dei veri e propri chiodi in ferro, a distanza di due forse tre centimetri l’uno dall’altro, fino ad ottenere il centimetro finale che determina l’accordo di confine su quel determinato punto. Tutto questo ancora succede perché è difficile far sedere allo stesso tavolo i rappresentanti politici delle due fazioni che al momento ripiegano solo sugli strumenti di sicurezza militare e territoriale per garantire una stabilità apparente.

«Una linea di demarcazione non un vero confine» sottolinea Serra a proposito della «Blue Line» di competenza Unifil. A differenza del confine israeliano che si presenta ben fortificato con la «technical defense», che è la barriera metallica elettrizzata oltre la quale un corridoio minato garantisce l’impossibile passaggio dell’esercito libanese. Telecamere ovunque e l’immediato intervento di una pattuglia israeliana che da lontano guarda i movimenti di persone e mezzi a ridosso del confine. Uno scenario fantastico difficile da comprendere perché nel «paese dei cedri» dopo l’ultima guerra Israelo-Libanese del 2006 sembra quasi impossibile percepire la pace come tale. Difficile ancora di più a credersi quando a discutere «senza parlare» sono due Paesi formalmente in guerra che vogliono una pace e forse, non hanno ben chiaro come ottenerla.

Gianluca Russo

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