Il racket cambia strategia, chiede meno per dimostrare di esercitare un potere

ARTICOLO DEL 16 GIUGNO 2016 – “LA SICILIA”

Intervista a Paolo Caligiore: «Imprenditori e commercianti devono capire che non saranno mai liberi fino a quando parte del loro lavoro sarà ceduto alla mafia»

Entrano in un negozio si vestono e se ne vanno. Vanno a fare la spesa e senza pagare spariscono. Per poco tempo purtroppo. Non guardano solo ai soldi ma puntano al controllo del territorio. Prima riscuotevano somme altissime, oggi ti chiedono 200-300 euro per dimostrare di esercitare un potere su di te, di controllare la zona in cui vivi, poi ne chiederanno molti di più e il gioco del racket è servito. «Gli imprenditori e i commercianti devono capire che non saranno mai liberi fino a quando parte del loro lavoro, continuerà a essere ceduto alla mafia».

L’appello tagliente è di Paolo Caligiore: fondatore dell’Associazione Palazzolese Antiracket e membro del FAI, da venticinque anni in prima linea contro la guerra criminale del “pizzo” a Siracusa. «Ogni volta che un imprenditore calcola la somma mensile destinata al pizzo tra le spese del proprio bilancio d’attività, al pari delle bollette di luce e acqua, consente alla criminalità di operare senza intoppi» spiega senza troppi giri di parole. In questo modo si comunica alla mafia che l’affare è servito e che gli affiliati ai clan possono avanzare di nuovo e in qualsiasi momento le loro richieste economiche.

Non si tratta solo di fame di soldi ma di un vero e proprio controllo del territorio, come a intendere: «se quello paga, lì è un buon affare». Secondo Caligiore c’è ancora tanta paura e sfiducia tra gli imprenditori che dovrebbero denunciare ma che in qualche modo si sta tentando di arginare. «Con l’ultima fiaccolata della legalità di Solarino alla quale hanno partecipato migliaia di cittadini, abbiamo dimostrato che insieme alle associazioni antiracket ci sono le istituzioni sempre vicine a chi vuole emergere dal racket: Guardia di Finanza, Prefetto, Questore e Carabinieri».

Certo è che il percorso da intraprendere dopo la denuncia di estorsione non è semplice. Comincia tutto quando l’associazione accompagna fisicamente l’imprenditore presso le forze dell’Ordine, poi in sede di processo si costituiscono parte civile e avviano così le pratiche in Prefettura per consentire alla vittima di godere del ristoro economico, effetto della legge 44 del 23 febbraio 1999, grazie alla quale è stato istituito il «Fondo di Solidarietà per le vittime delle richieste estorsive». Nessuno è stato mai lasciato solo.

«Nel 1991 – continua Caligiore – sono stato vittima di tre attentati alle mie attività commerciali di Palazzolo Acreide». Un primo attentato dinamitardo, poi la successiva telefonata dai toni aspri del “cercati un buon amico che ti aiuti” e, nonostante tutto la richiesta di aiuto ai carabinieri. Poco dopo i clan hanno fatto esplodere una bomba nella sua casa, punendolo per non aver pagato il pizzo. «Le indagini resero note, attraverso alcune dichiarazioni dei boss, che anche la zona franca di Palazzolo Acreide avrebbe dovuto pagare come le altre».                                                                                                            I clan volevano i suoi soldi ma lui non ha mai pagato. Paolo ha subìto l’ultimo attentato nella notte tra il 13 e il 14 agosto del 1991, pochi giorni prima dell’omicidio dell’imprenditore catanese Libero Grassi, ucciso il 29 agosto per mano di Cosa Nostra a Palermo per non aver pagato il pizzo. «Mi fecero trovare la testa mozzata di un cane davanti la porta di casa e subito dopo arrivò la telefonata minacciosa che m’informava del fatto che a breve avrei fatto la stessa fine» ricorda Paolo. Non tutti gli imprenditori per fortuna scelgono di chinare la testa al racket.

Le denunce per estorsione ogni anno sono circa cento e sembrano poche, a fronte soprattutto delle ingenti somme di denaro sequestrato nelle casse dei clan durante le operazioni di Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri. In pratica la perseguibilità del reato d’estorsione comincia proprio con la denuncia. Manca molto spesso la volontà di tanti imprenditori a dichiarare di avere un problema con il racket: «200 euro al mese consegnati a un mafioso, annientano la possibilità del commerciante di lavorare liberamente e sfruttare il proprio ingegno, ecco perché scendere a compromessi con la mafia, non ha senso» conclude Caligiore. Cambia quindi la mentalità degli imprenditori rispetto alle estorsioni: «è chiaro che in una comunità, se abbiamo 150 iscritti associati, non significa che siano davvero tutti gli imprenditori locali sul territorio, ovvio che molti restano nell’ombra, pagano e tacciono». La battaglia alla legalità comincia proprio da qui.

Gianluca Russo

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