Il centro commerciale delle donne di Herat, in Afghanistan: «Lavorare qui, un inizio di libertà»

ARTICOLO DEL 7 GENNAIO 2014 – CORRIERE DELLA SERA.IT/ESTERI

«Le donne non scelgono di farsi arrestare per sfuggire ai mariti» ma solo in certi casi, come purtroppo la detenzione, la donna si sottrae alle violenze degli uomini

«Ho vissuto per sedici anni sotto il burqa durante il regime talebano». Wida Sharifi è vice direttrice del Dipartimento degli Affari Femminili di Herat, da anni impegnata nella lotta al superamento della sottomissione femminile in Afghanistan. In un’intervista esclusiva a Corriere.it, apre le porte del primo centro commerciale «per sole donne» a Herat, che coordina e in cui lavora dal 2009. Sharifi sostiene con fermezza che la situazione delle donne è già cambiata. Un centro commerciale nel cuore della città, realizzato grazie al sostegno economico della cooperazione italiana e il Prt (Provincial Reconstruction Team) dei militari italiani impegnati nella missione Isaf. Tre piani e trentaquattro negozi in cui comprare di tutto: dall’abbigliamento allo zafferano, perché proprio quest’ultimo si sostituisce alla produzione di oppio al quale si fa anche la guerra.

All’interno solo donne e bambini, gli uomini non possono entrare al Women Social Center di Herat se non accompagnati dalle loro mogli. Ai piani superiori ci sono diversi uffici tecnici, una sala conferenze utilizzata spesso per le mostre di capi artigianali e per quelle d’arte, una palestra per le impiegate che lavorano tutto il giorno. Wida Sharifi parla di una forte presa di coscienza da parte delle donne afghane sui loro diritti.

►►►VIDEO INTERVISTA ALLA RESPONSABILE DEL CENTRO

Lo dimostra il fatto che «lavorano fuori casa» senza problemi, infatti proprio la sua battaglia a fianco delle donne afghane comincia per questo. «L’uomo per anni ha vietato alla donna di uscire di casa» soprattutto per lavorare e per studiare, oggi sono libere di camminare per strada e condurre uno stile di vita più normale rispetto agli anni del regime. Al primo piano un grande negozio di vestiti artigianali, colorati e tipici della cultura afghana. Le commesse sono accoglienti e sorridono, ci tengono più a mostrarsi orgogliose dietro ai banchi piuttosto che proporre l’acquisto di un capo.

Non è un luogo rumoroso e ci sono i bambini, ma all’esterno si respira un’aria molto tesa: «potrebbe succedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento» precisa una commessa. In ogni caso, al Women Social Center le donne di Herat sono libere e molte giovani ragazze girano per i corridoi con sicurezza, sanno bene che i visitatori sono li per documentare questa loro piccola conquista. Una ragazza velata da testa a piedi batte forte i tacchi sul pavimento per attirare l’attenzione su di sé e mostrare il suo «stile occidentale». Nel paese dalle mille contraddizioni però, non tutte le città e le provincie hanno questo privilegio. «A Kabul la situazione delle donne è più controllata grazie al sostegno della Comunità Internazionale» spiega Gudrun Thorgeirsdottir, l’attivista islandese del quartier generale Isaf che realizza progetti a favore delle donne afghane. L’impegno è quello di creare una vera e propria struttura che consenta alle donne non solo di uscire allo scoperto nella società civile, ma anche quello di poter lavorare nelle istituzioni e al Governo.

Il lavoro principale è quello di formare figure militari dedicate alle donne, anche perché molte di loro ormai fanno regolarmente parte dell’esercito afghano. Nelle provincie più lontane e spesso difficilmente raggiungibili, la situazione è ben diversa. La consulente Thorgeirsdottir (Gender Advisor Nato) ci tiene a precisare che nei piccoli villaggi le donne soffrono ancora la sottomissione degli uomini. Il punto è chiaro insomma, la donna che esce di casa consapevole dei propri diritti riesce molto spesso a creare la sua nuova figura sociale. Avere un lavoro indipendente e un microcredito a disposizione è già un passo avanti. Il centro commerciale rappresenta una realtà in cui poter creare le condizioni di libertà, come il carcere femminile.

«Le donne non scelgono di farsi arrestare per sfuggire ai mariti» puntualizza l’attivista, ma riconosce che solo in certi casi, come purtroppo la detenzione, la donna si sottrae alle violenze degli uomini. Il percorso verso la totale libertà è lungo ma non impossibile, soprattutto in prossimità del voto, il prossimo aprile 2014 per le elezioni presidenziali dopo Karzai. Proprio in questo caso il sostegno della Comunità Internazionale è indispensabile per favorire le donne alle urne. E proteggerle da eventuali attacchi.

Gianluca Russo

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