Siracusa, i racconti dei profughi: «Noi a Damasco sotto le bombe»

ARTICOLO PUBBLICATO 10 SETTEMBRE 2013 – CORRIERE.IT INCHIESTE

Dentro il centro d’accoglienza per richiedenti asilo Umberto I di Siracusa dove «si fa quel che si può»

SIRACUSA – Non vogliono apparire in video. Hanno paura che a Damasco qualcuno possa riconoscerli e vendicare l’odio sulle loro famiglie. Quasi terrorizzati, raccontano del bombardamento con le «presunte» armi chimiche, perché oltre ai «rumori in cielo e ai cadaveri per terra», nessuno ricorda bene cosa sia successo. In una stanza al primo piano del centro Umberto I di Siracusa, ci sono alcuni uomini siriani con i loro figli che intanto dormono. Uno di loro ripete a voce bassa «tutti morti, tutti morti…» in una continua cantilena. «Dopo l’attacco con le armi chimiche, la gente scappava dalle case e per strada era l’inferno» ricorda un ragazzo. Non dice il suo nome, racconta però senza esitare che a Damasco «quelli del governo» hanno sparato colpi di pistola sulla gente in fuga sotto le bombe. «Combattono con armi potentissime e distruggono tutto!» puntualizza un altro.

VITTIME DI TORTURE – Gli sbarchi dei profughi in fuga dalla guerra continuano. Dalla Siria, dall’Eritrea, dalla Somalia e dall’Egitto, scappano dalla fame e dalla disperazione dei loro paesi senza futuro. Al secondo piano, nel reparto femminile, una ragazza eritrea racconta il suo viaggio verso Siracusa: «Ho pagato settecento dollari prima di partire». Anche lei, ragazza madre, in mare aperto per cinque giorni e cinque notti, senza capire bene dove fosse diretta, senza una meta. Ricorda ancora «il mare agitato e le tempeste in corso durante la traversata» e continua: «ho creduto di morire, mi sembrava impossibile arrivare viva». Un’altra ragazza parla di torture: «Sono stata in carcere in Libia, la polizia mi faceva del male ogni giorno senza motivo». Proprio il ricordo del carcere libico le riempie gli occhi di paura: «I detenuti sono quasi tutti somali ed eritrei continuamente torturati in qualsiasi modo» conclude.

SITUAZIONE PRECARIA – Il centro d’accoglienza per richiedenti asilo (C.a.r.a.) di Siracusa è un luogo di passaggio per alcuni dei profughi sbarcati al porto Grande ai primi di settembre. «Arrivano, si rifocillano e il giorno dopo fanno le valigie» racconta il direttore del centro, Giampiero Parrinello: «La situazione qui è precaria, ma si fa quel che si può». Gli «ospiti» sono schedati con un numero identificativo fornito dalla polizia al momento dello sbarco, accanto ad ogni nome, è scritta la nazionalità e il motivo della fuga dal paese d’origine. «È squallido identificarli con un numero» spiega Parrinello e fa il conteggio degli sbarchi avvenuti da marzo a settembre: «Sono stati in tutto sessantanove». E poi aggiunge amaro: «Si può parlare di uno al giorno».

IL CENTRO – Il centro Umberto I offre una stanza, un letto e pasti caldi. Un grande cortile, tre piani con lunghi corridoi, veri e propri settori-dormitorio. Le condizioni igieniche non sono scadenti nonostante sia un luogo di continuo passaggio, ma c’è tra gli attivisti in visita al centro, chi ricorda di alcune giornate in cui «la pulizia era scarsa». Gli uomini da una parte e le donne dall’altra. I siriani in un piano, gli eritrei in un altro. Stanzoni di cinque o sei posti disponibili in base all’emergenza, nei bagni alcune donne intanto, si occupano del bucato e provano a condurre quella vita che «non è più normale». Non tutte le famiglie accettano di farsi foto segnalare al Cara, alcune scelgono di proseguire il viaggio verso il nord Europa, forse da parenti o alla ricerca di una tranquillità fortemente desiderata. I maggiorenni egiziani invece, sono accompagnanti nei Cie e poi rimpatriati alla svelta.

L’ASSISTENZA – Alcuni siriani preferiscono spostarsi in altri centri e avanzare richiesta di aiuto internazionale. Secondo la prefettura di Siracusa, la spesa di mantenimento per il centro Umberto I, si aggira intorno ai 500.000 euro solo per l’anno in corso. Non poco insomma. Al centro arrivano nuclei familiari e difficilmente minori non accompagnati. Una delegazione di Save The Children, in collaborazione con Unhcr, Oim e Croce Rossa, grazie al progetto «Presidium» è impegnata in consulenze legali agli immigrati fin dal momento dello sbarco. L’attività di monitoraggio degli standard d’accoglienza è rivolto soprattutto ai minori non accompagnati, ma anche a quelli accompagnati dalle famiglie. «Se queste persone restano pochi giorni va bene, altrimenti servono strutture adeguate alle loro esigenze» spiega l’attivista di Save The Children, da mesi attivo al centro.

L’ULTIMA VITTIMA – Nel piazzale dell’Umberto I è quasi ora di pranzo, c’è uno sbarco in corso. In arrivo altri novantaquattro siriani: nuclei famigliari che si aggiungono agli altri centocinque del giorno prima, arrivati su quel barcone«maledetto» che ha riconsegnato l’ennesimo cadavere. Intanto la Polizia distribuisce il pasto ma nel cortile si respira un’aria tesa, drammatica. Ci si organizza per l’ultimo saluto alla donna siriana morta durante l’ultimo sbarco. Il suo corpo giace presso l’obitorio dell’ospedale Umberto I di Siracusa. Il marito e i due figli sono pronti ad andare e versare l’ultima lacrima per lei, per quella madre e donna che ha trovato la morte, e grazie alla donazione dei suoi organi, ha ridato la vita.

Gianluca Russo

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