Ex Velodromo, una nuvola d’amianto ma nessuno pensa alla salute dei residenti

ARTICOLO PUBBLICATO 8 DICEMBRE 2012 – CORRIERE DELLA SERA.IT CRONACA/ROMA

Nel 2008, i tecnici Asl erano protetti da tute e mascherine ma nessuno tutelò i residenti. Il 12 febbraio prima udienza del processo per disastro colposo a carico di Eur S.p.a

ROMA – Un’assemblea pubblica per rilanciare l’allarme ambientale sull’area dell’ex Velodromo di Roma. L’ha organizzata, venerdì 7 dicembre, il Comitato Amianto Velodromo che, dall’hotel American Palace, ha riunito esperti ed abitanti per fare chiarezza sulla vicenda dell’abbattimento dell’ex velodromo «killer» dell’Eur. Tante le preoccupazioni dei residenti nella zona, che vogliono sapere cosa davvero sia successo in quei giorni di 3 anni fa, perché dopo l’implosione dello stadio del ciclismo, tra le macerie, si alzavano «delle polveri bianche che facevano paura». I residenti non scordano quel 10 settembre 2008 quando i tecnici dell’Asl sul posto per le prime indagini «erano protetti da tute bianche e mascherine per evitare di respirare amianto».

LETTERA AL SINDACO – «Abbiamo raccontato ai cittadini la verità su quanto è accaduto e come si esprime la magistratura in merito», spiega in un’intervista telefonica a Corriere.it il portavoce del comitato, Alberto Russo. Intanto è stata fissata la prima udienza per disastro colposo il 12 febbraio 2013, nel processo a carico del dirigente dell’Eur S.p.a Filippo Russo. Il Comitato Amianto Velodromo si è costituito parte civile ed ha chiesto al Sindaco Alemanno di fare altrettanto. «Ho consegnato nelle mani del sindaco una lettera per chiedere di aiutarci nella causa» e continua Russo «Alemanno non si è mai fatto vivo». Tra i punti di discussione dell’assemblea i cittadini si appellano al diritto di «monitoraggio del loro stato di salute» al di fuori dall’ambito lavorativo colpito dalle polveri. La normativa in materia prevede invece che solo chi ha avuto ripetuti contatti con l’asbesto sul luogo di lavoro, nel caso, sia riconosciuto vittima e risarcito.

IMPLOSIONE MORTALE – Nonostante tre anni trascorsi, il boato delle cariche esplosive per abbattere il velodromo nessuno lo dimentica. Alle 17:50 del 24 luglio 2008, 66 mila metri quadrati di costruzione brillavano e crollavano sotto 1800 cariche di tritolo piazzate dal Genio Militare e per ordine della Prefettura. A demolizione compiuta si rese noto però che già un ricorso del Tar aveva bloccato le operazioni di abbattimento, ma lo stabile era già distrutto e le nubi di amianto vagavano nell’aria.
Nella relazione del 13 febbraio 2009 del Servizio Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro (Spresal) il direttore Fulvio D’Orsi dichiarava che la società Eur S.p.a già nel 2005 aveva eseguito una «mappatura dei materiali contenenti amianto nel velodromo olimpico nell’ambito del censimento sull’amianto negli edifici, condotto ai sensi del D.M. 6/9/94».

RELAZIONE FINALE – Nella nota si legge che le parti in amianto riguardano pavimentazioni viniliche, parti della centrale termica, del gruppo elettrogeno e della caldaia negli spogliatoi. «Ci dicevano che eravamo pazzi per quello che pensavamo» conclude il Comitato che rivendica oggi l’inizio del processo per disastro colposo. Le polemiche dei cittadini si scatenano sui limiti tollerabili della presenza di amianto. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) il limite è quello della presenza di una fibra di asbesto per ogni litro d’aria.

«UN GRANELLO PER CONTAGIARE» – In controtendenza invece, la Cassazione è più dura e recita: «basta un solo granello per contrarre una patologia respiratoria». Nella relazione conclusiva di maggio 2009 della Spresal si garantisce che, al momento dell’implosione nell’ex stadio, non vi erano presenti materiali contenenti amianto, nonostante dopo l’implosione siano stati rinvenuti tubazioni in cemento-amianto interrate e resti di tubature tra le macerie della tribuna. Intanto tutti sanno delle 4 tonnellate di amianto ritrovate tra le macerie e la battaglia di giustizia dei cittadini continua.

Gianluca Russo

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